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Da Premana al rifugio Casera Vecchia di Varrone
In alta Valvarrone lungo il tracciato dell'antica
'strada del ferro'
tempo totale di cammino:
circa 6 ore (3,15' salita, 2,45' discesa), a passo tranquillo
dislivello complessivo: circa 700 m - da Premana (meno di 1000
m) al Rifugio Casera Vecchia (1676 m)
difficoltà:
facile camminata su ampia carrareccia, ma di notevole lunghezza (18 km.
tra andata e ritorno). Fattibile anche d'inverno: il rifugio è
sempre aperto nei weekend.
dove rifocillarsi: Rifugio Casera Vecchia di Varrone (tel 0341890730
- 3332176114, www.rifugiovarrone.com)
Come arrivare
da Milano: in treno Milano/Lecco/Bellano,
poi autobus di linea per Premana; In auto: superstrada SS 36, Milano -
Lecco - uscita Valsassina, percorrere la valle fino a Taceno, quindi Margno,
Casargo, Premana. Il punto di partenza dell'itinerario si trova presso
l'area industriale di Premana (Via Giabbio, leggermente al di sotto dell'abitato,
nei pressi del viadotto sul torrente Varrone), dove si può agevolmente
parcheggiare.
Info sui trasporti:
www.trasporti.regione.lombardia.it;
SAL (Servizi Automobilistici Lecchesi) tel 0341363148; esplora la zona
con le >> MAPPE
DI GOOGLE
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E' uscita la
guida di passolento:

Formato 15 x 23
4 colori, 146 pag.
vedi dettagli su
>> ilmiolibro.it
leggi
le prime pagine

1. Alpe Forno inondata dai raggi
di sole

2. Alpe Forno di sopra

2. Alpe Forno vista da Barconcelli

3. saliamo su ampi tornanti a ridosso
di pareti imponenti

4. in avvicinamento al rifugio

5. il piccolo, simpatico rifugio
Casera Vecchia
Immagini dell'Alpe Barconcelli:

6. risveglio primaverile: fioriscono
i Crocus a Barconcelli

Si fa il formaggio nella cascina
comunitaria di Barconcelli:

le forme di formaggio vengono refrigerate dal passaggio dell'acqua del
torrente

la zangola per il burro, azionata dall'esterno dall'acqua del torrente


verdi pascoli sopra Barconcelli
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La Valvarrone e la 'strada del ferro': partendo da Bellano (lago
di Lecco) la verdeggiante Valvarrone si snoda tortuosa e stretta, incassata
tra ripidi pendii dominati da cime importanti: il Legnone, il Pizzo dei
tre Signori, le Grigne. Una valle, non certo tra le più famose,
ma che può vantare una lunga storia: tracce di piccole comunità
di pastori/cacciatori risalenti ad epoche preistoriche sono state individuate
in varie località ma soprattutto è stato il ferro l'elemento
che ha dato l'impronta alla vita della valle e intorno al quale si sviluppata
una vivace economia: dall'estrazione in diverse miniere scavate nei pendii
delle montagne alla lavorazione nei piccoli borghi che fungevano anche
da base per i minatori. Le
tumultuose acque del torrente e l'abbondanza di legname da ardere fornivano
strumenti essenziali per le varie fasi della lavorazione dei minerali
che dovevano poi essere caricati e inviati nelle regioni più distanti.
Ancora oggi, disseminate lungo la valle restano testimonianze di queste
attività (calchere, forni, fucine): tra l'altro nei pressi del
Pizzo Varrone si può vedere l'ingresso ad una miniera attualmente
non più in funzione. Quella che era anticamente una rudimentale
rete di sentieri di fondovalle si sviluppò gradualmente in funzione
del trasporto dei materiali ('strada del ferro') finchè nel secolo
XVIII l'illuminato governo austriaco di Maria Teresa decide il sostanziale
ammodernamento della strada per consentire il passaggio più agevole
dei carri. La 'strada del ferro' diventa la 'Strada di Maria Teresa'.
La Valvarrone fu storicamente anche via strategica di collegamento tra
la Valtellina e la Valsassina, tramite il valico della Bocchetta di Trona,
dove nel tempo transitarono non pochi eserciti, tanto che nel corso della
Grande Guerra la zona venne ulteriormente fortificata nel quadro del complesso
difensivo della 'linea Cadorna', che interessa buona parte delle Prealpi
lombarde.
Itinerario: dal parcheggio nella zona industriale sotto Premana
ci avviamo sulla strada sterrata che si addentra piacevolmente nella valle.
Siamo diretti al Rifugio Casera Vecchia di Varrone, passando per l'Alpe
Forno, e ai pochi bivi che incontreremo seguiremo sempre queste indicazioni.
Superato il bel ponte in pietra un cartello elenca varie destinazioni;
ci attende una piacevole, lunga camminata: nonostante il dislivello piuttosto
contenuto (675 m) e un tracciato senza strappi, la considerevole estensione
di questo itinerario ci terrà impegnati per parecchie ore - sono
ben 9 km sino al rifugio, e altrettanti al ritorno.
Ci troviamo inizialmente sul lato sinistro orografico della valle, fresco
e ombreggiato, ma sino al rifugio cambieremo versante, attraversando il
torrente, almeno 5 volte. Passiamo un tratto suggestivo affiancato da
verticali pareti rocciose poi in pochi minuti siamo all'Agriturismo Giadi,
nei pressi del nucleo di Gebio. Qui seguiamo la freccia indicante il Rifugio
Varrone per poi prendere subito dopo a destra nei pressi della fontana.
Camminiamo (1 ora e 20' dall'inizio) tranquillamente mentre la sterrata
prende quota con gradualità ed eccoci in vista dei maggenghi dell'Alpe
Forno (circa 1200 m - vedi nota sotto). D'improvviso si è aperto
uno scenario diverso: la valle si è allargata e con la luce del
sole che irrompe da un avvallamento laterale, le casette, strette una
all'altra, sembrano dar vita a un paesaggio da presepe (qui possibile
variante). Il villaggio è composto da 2
nuclei, noi passiamo da Alpe Forno di sopra (lato destro della valle).
Superato l'abitato, il sentiero si stringe, si addentra nel bosco di larici
e rododendri: ci sono anche zone attrezzate per picnic e grigliate. Qui
un pannello spiega la storia della 'strada del ferro' e dell'economia
della valle. Avvicinandoci alla soglia superiore della valle la mulattiera
prende a salire con più determinazione, in un disegno regolare
modellato su ampi tornanti; scorci di impervie pareti rocciose si alternano
a suggestivi passaggi sul torrente mentre in lontananza si delineano le
forme eleganti delle vette più elevate. Lasciata a destra l'indicazione
per l'Alpe Arpino proseguiamo in un paesaggio di aperte praterie che ci
fa intuire l'avvicinarsi della meta, senza però svelarla ancora.
D'inverno i tratti in ombra della strada parzialmente cementata possono
rivelarsi piuttosto insidiosi: qui fare attenzione per non farsi male
in una banale scivolata.
L'ultimo tratto di strada compie un percorso semicircolare intorno a un
rilievo rotondeggiante. Camminiamo ormai da quasi 3 ore e siamo decisamente
ansiosi di arrivare: finalmente all'ultimo ponte sul torrente una palina
ci dà il rifugio a 10 minuti. Ci siamo, ancora poche centinaia
di metri ed ecco la piccola baita finalmente in vista. Un rifugio piccolo,
ben sistemato e accogliente. Aperto nei weekend anche d'inverno, offre
piatti tipici e dolci fatti in casa decisamente stuzzicanti.
Al ritorno ripercorriamo sostanzialmente lo stesso sentiero.
>> variante dall'Alpe Forno a Barconcelli:
Giunti all'Alpe Forno, se per qualche motivo volessimo accorciare l'escursione
potremmo cambiare destinazione e limitarci a salire a Barconcelli, un
grazioso alpeggio che si trova circa 200 m più in alto. Passiamo
allora sul ponte che scavalca il torrente, portandoci così sul
versante sinistro della valle, e proseguiamo sul sentiero piuttosto diretto
che velocemente si lascia Forno di Sotto alle spalle superando in poco
tempo il modesto dislivello. Il piccolo borgo di Barconcelli si allunga
affacciato sul ripido pendio in bella posizione panoramica. Un agriturismo
a conduzione famigliare potrà offrirci, se è aperto, semplici
piatti accompagnati da formaggi locali (meglio telefonare prima: tel 0341890537
- cell.3351247511).
Ci capita oggi di incontrare, nel centro del paese, una anziana donna
che sta facendo il formaggio nella cascina comunitaria, secondo gli antichi
sistemi: mentre un grande pentolone di latte si scalda sul fuoco, nel
locale attiguo le forme adagiate in ampie padelle si riposano sul pavimento
in pietra refrigerato dall'acqua del torrente, appositamente deviata.
Le stesse acque azionano all'esterno la ruota che fa girare all'interno
la zangola per il burro. Tutta energia offerta dalla natura a costo zero.
Che ci sia qualcosa da imparare dalle tecnologie tradizionali ?!
Oltre il paese ampie praterie si allargano verso la sommità; il
sentiero prosegue costeggiando il monte e porta anch'esso al Rifugio Casera
Vecchia - ma non l'abbiamo sperimentato.
Approfondimento: I MAGGENGHI, come i pascoli, non erano abitati
tutto l'anno, ma a differenza di questi erano coltivati a prato ed eccezionalmente
con qualche campicello di patate (le patate cresciute in alto infatti,
forniscono un'ottima semente per i campi in pianura), verdure, granaglie.
I maggenghi pertanto sono caratterizzati dalla presenza di un fienile,
una stalla, una casèra, un bàit (sorta di casotto, dove
scorre acqua molto fredda, per la conservazione del latte nelle caldére).
La differenza tra alpeggio e maggengo è dovuta alla quota: cioè
il maggengo si trova a quote inferiori all'alpeggio quindi è una
sorta di 'stazione intermedia' nella 'transumanza verticale'. Prima che
venissero raggiunti gli alpeggi in alta quota (da giugna a settembre)
il bestiame e le persone si fermavano in primavera - poi di nuovo in autunno
- presso i maggenghi già forniti di foraggio. Inoltre il fieno
messo da parte in estate, era recuperato in inverno. Non appena il suolo
si induriva per il gelo e le riserve di fieno cominciavano a scarseggiare
nelle stalle al piano, il contadino si recava sui maggenghi a recuperare
qualche carico di fieno. In genere non vi andava da solo. Il fieno infatti
veniva stipato su grandi slitte di betulla, non sempre munite di pattini
di metallo, e veniva spinto a valle lungo i sentieri. L'operazione necessitava
di molta concentrazione e notevoli sforzi per governare la slitta: spingere
o tirare quando non andava avanti, oppure frenare quando la pendenza era
troppo forte, fare attenzione ai dislivelli del terreno perché
il carico non si rovesciasse: era quindi consigliabile essere una piccola
squadra ben organizzata ed equipaggiata. I maggenghi erano pertanto collegati
ai luoghi abitati da sentieri abbastanza larghi e comodi, spesso lastricati
con pietre salde e sicure (molti sono ancora visibili e agevolmente praticabili).
La permanenza delle bestie nel maggengo garantiva la produzione di letame
per concimare i prati e garantire una buona produzione di foraggio per
l'anno successivo (un taglio o due all'anno, e un po' di pascolo in settembre).
C'era anche un altro vantaggio: per i ragazzi che di solito si occupavano
del bestiame, durante il periodo scolastico era più facile scendere
a valle e raggiungere la scuola. Forse anche questa fatica e il cambiamento
degli stili di vita con la necessità di una istruzione più
continuativa hanno contribuito al declino del meggengo.
Ora i numerosi maggenghi dislocati in tutto il territorio montano, possono
essere considerati altrettanti rifugi occasionali in caso di cattive condizioni
del tempo. I maggenghi infatti sono perlopiù aperti (sicuramente
lo è almeno la stalla o qualche casotto nei dintorni della cascina
principale).
Un'ulteriore sfumatura, nel corso degli anni, si va insinuando fra luogo
abitato e maggengo. Molte località, per certi versi hanno perso
il carattere originario, più legato al costante insediamento umano,
per assumere alcuni caratteri del maggengo, anche se questi ed altri luoghi,
ormai ammodernati, servono soprattutto come residenza estiva delle famiglie
dei residenti al piano, con case che a volte non hanno da invidiare nessuna
comodità alle abitazioni principali (note tratte da www.nordorobie.it).
Altre gite nei dintorni:
Premana - rifugio Pizzo alto
Sueglio - Rifugio Roccoli Lorla
Premana - Alpe Deleguaggio
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